INTRODUZIONE

A Catanzaro le celebrazioni ufficiali della Settimana Santa si svolgono secondo quanto previsto dalla Liturgia della Chiesa Cattolica; la Domenica delle Palme, con la benedizione dei rami di ulivo, il Giovedì Santo con la S. Messa "in Coena Domini" nel corso della quale vi è la "lavanda dei piedi",  il Venerdì Santo con l'Adorazione della Croce e, per finire, la Domenica di Pasqua, con la Veglia notturna e la S. Messa della Resurrezione.
La Pietà Popolare si estrinseca invece soprattutto nella giornata del Venerdì Santo attraverso la tradizionale processione della "Naca", che si svolge nella zona del Centro Storico della città.
Questa è organizzata, con turnazione annuale, dall'Arciconfraternita di Maria SS. Immacolata, dalla Confraternita di S. Maria del Carmine, dalla Reale Arciconfraternita dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista dei Cavalieri di Malta ad honorem e dalla Reale Arciconfraternita di Maria SS. del SS. Rosario, partendo ogni volta dalle sedi delle rispettive Confraternite.
La processione della "Naca" è certamente una delle tradizioni più importanti della Calabria, e coinvolge un gran numero di fedeli e sempre più turisti.


Sempre a Catanzaro, ma nel periferico ed antico Quartiere Gagliano, la Settimana Santa viene celebrata popolarmente in maniera un po' più articolata.
A parte la "Via Crucis" con i murales degli artisti che si è svolta il Venerdì di Passione del 2016, il Venerdì Santo, in contemporanea con quanto accade nel Centro Storico, nel Quartiere Gagliano si svolge un'altra processione della "Naca".
Inoltre, la mattina della Domenica di Pasqua, avviene l'incontro tra la Madonna e Cristo Risorto, chiamato "A Cunfrunta".

- Testo a cura del dott. Francesco Stanzione.
- Foto tratte dal web.





La "Naca" ai tempi del Covid nel ricordo del catanzarese Enzo Rotella

"Via Crucis" con i murales degli artisti (Quartiere Gagliano)

È un sereno ma freddo Venerdì di Quaresima nel quartiere Gagliano; l’orgoglio, il senso di appartenenza, le radici storiche traspaiono in ogni angolo dell’antico quartiere catanzarese. Visi scavati, membri di congreghe, ma soprattutto cittadini che della propria identità ne fanno un vanto.
L’occasione è l’inaugurazione, alla presenza di Mons. Vincenzo Bertolone,  della "Via Crucis - urban@art murales art contest", stupenda iniziativa che coniuga storia, arte e religione in quindici murales che hanno arricchito i palazzi del popoloso quartiere.

La volontà di realizzare questi murales nasce da un gruppo facebook denominato “Gagliano NEL TEMPO -Tradizioni Storie Personaggi Dialetto”, ed in particolare dall’amministratore Claudio Pugliese, coadiuvato da artisti locali e dal parroco don Dino Piraino, con il consenso dell’Arcivescovo Mons. Bertolone.
Si decide di realizzare le quindici stazioni della Via Crucis e, per volontà dello stesso, anche la XV stazione. La caparbietà e l’ostinazione dei residenti del quartiere hanno consentito, tramite offerte, sponsorizzazioni ed una piccola riffa, di poter realizzare uno stupendo capolavoro, che lascia a bocca aperta il visitatore.

Un esempio di cittadinanza attiva mirata alla salvaguardia della propria storia ed identità popolare e religiosa, senza il contributo delle diverse istituzioni del territorio.
Quindici Murales per le quindici stazioni della Via Crucis realizzate da artisti differenti.
Prima stazione - artista: Vincenzo Caroleo.
Seconda stazione - artisti: Rosa Maria Caroleo ed Emanuela Greco.
Terza stazione - artisti: Francesca Giordano e Marco Pileggi.
Quarta Stazione - artista: Rosalba Russo.
Quinta stazione - artista: Anna Rita Aprile.
Sesta Stazione - artista: Marta Guida.
Settima stazione - artista: Jeso Marinaro.
Ottava stazione - artista: Antonello Iuliano in arte Janto.
Nona stazione - artista: Yvonne Leone.
Decima stazione - artista: Antonio Tolomeo.
Undicesima - stazione: artisti: Domenico ed Alessandra Tomaino.
Dodicesima stazione - artista: Pino Monterosso.
Tredicesima stazione - artisti: Francesco Paonessa e Lidia Russo.
Quattordicesima stazione - artista: Giuseppe Martino in arte Ivan.
Quindicesima stazione - artista: Alfredo Leonardo.
Tutto il lavoro è stato seguito dalla direzione Artistica di Jeso Marinaro in arte Mithos.

- Testo e foto tratti dal sito "www.catanzaroinforma.it".


GALLERIA FOTOGRAFICA

- "Via Crucis" con i murales degli Artisti 2016 -
(Quartiere Gagliano)


I - Gesù è condannato a morte (artista: Vincenzo Caroleo)
.
 II - Gesù è caricato della croce (artisti: Rosa Maria Caroleo ed Emanuela Greco)

 III - Gesù cade per la prima volta (artisti: Francesca Giordano e Marco Pileggi)

 IV - Gesù incontra sua Madre (artista: Rosalba Russo)

V - Gesù è aiutato a portare la croce dal Cireneo (artista: Anna Rita Aprile)

 VI - La Veronica asciuga il volto di Gesù (artista: Marta Guida)

 VII - Gesù cade per la seconda volta (artista: Jeso Marinaro)

 VIII - Gesù ammonisce le donne di Gerusalemme (artista: Antonello Iuliano in arte Janto)

IX - Gesù cade per la terza volta (artista: Yvonne Leone)

 X - Gesù è spogliato delle vesti (artista: Antonio Tolomeo)

 XI - Gesù è inchiodato sulla croce (artisti: Domenico ed Alessandra Tomaino)

 XII - Gesù muore in croce (artista: Pino Monterosso)

XIII - Gesù è deposto dalla croce (artisti: Francesco Paonessa e Lidia Russo)

 XIV - Gesù è deposto nel sepolcro (Giuseppe Martino in arte Ivan)

  XV - La Resurrezione di Gesù (artista: Alfredo Leonardo)

- Foto tratte dal sito "www.catanzaroinforma.it".

VENERDI' SANTO - Processione della "Naca" (Centro Storico)

Nel Centro Storico di Catanzaro il Venerdì Santo ha luogo la processione della “Naca” (o del Cristo Morto).
Inizia nel pomeriggio, partendo dal sagrato di una delle chiese sedi di una Confraternita (alternativamente l'
Arciconfraternita di Maria SS. Immacolata, la Confraternita di S. Maria del Carmine, la Reale Arciconfraternita dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista dei Cavalieri di Malta ad honorem e la Reale Arciconfraternita di Maria SS. del SS. Rosario.
Vi partecipano i componenti delle quattro confraternite, preceduti dai rispettivi gonfaloni, che, vestiti dei loro abiti processionali, sfilano preceduti da suonatori di trombe e tamburi.
Del corteo fanno parte le “Croci Penitenziali” delle varie congreghe, alcune tuttora esistenti, altre scomparse che in tempi andati uscivano anche il giovedì sera per la visita ai “Sepolcri”. Di queste “Croci Penitenziali” alcune sono rimaste. 
La Confraternita dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista conserva la croce rossa del SS. Sacramento e la nera dell’Addolorata; la Confraternita del Rosario ha ancora la croce bianca del Rosario e la nera dell’Addolorata; la Confraternita dell’Immacolata conserva la croce gialla di San Giuseppe, che un tempo era ad appannaggio degli ebanisti, la croce viola dell’Addolorata e la croce celeste dell’Immacolata. Vi era una quarta croce di colore rosso dell’Arciconfraternita del SS. Sacramento, attualmente estinta; la Confraternita del Carmine aveva anche  la  croce nera dell’Addolorata, la rossa del Sacro Cuore di Gesù e la bianca della Madonna del Carmine.

In doppia fila i soldati romani precedono e accompagnano le “Croci Penitenziali”, insieme a loro i musici: una tromba, un tamburo e una grancassa segnano con ritmo greve l’incedere del corteo.
Seguono gli Ordini Religiosi, gruppi ed  associazioni varie e il clero con il Vescovo che precede la statua del Cristo Morto, adagiata sulla cosiddetta “Naca”, che viene portata a spalla.
Segue ancora  la  statua della
Madonna Addolorata, vestita con un abito nero e rappresentata con un cuore trafitto da sette spade, dietro alla quale  si accodano le autorità e i fedeli.
Il termine dialettale “Naca” viene dal greco (nachè) e significa “Culla”; in pratica è la portantina dove Gesù è deposto. La “Naca” è ornata di damasco, raso e seta, di fiori, lumi ed angioletti di cartapesta, uno dei quali porta i simboli della Passione: il calice, i chiodi ed il martello.
Veniva e viene addobbata dai “sagristi” o dai “paratori”, che si tramandano l’arte da diverse generazioni. Tra questi sono da ricordare: 

- la Famiglia Consolo appartenente alla Chiesa dell’Immacolata, con i suoi eredi Lamanna;
- le famiglie Mungo e Rametti della Chiesa del Carmine;
- la famiglia Smorfa ed i signori Pasquale Zungrone ed Andrea Fregola della Chiesa del  Rosario;
- le famiglie Migliaccio, Mela, Giacomo Greco, Achille Asturaro, della Chiesa di San Giovanni.
 

Un tempo era molto sentita la concorrenza fra le varie Confraternite nel rendere più sfarzosa e monumentale la composizione, tant’è che (ricordano i più anziani) una “Naca” allestita dal Sig. Greco non riuscì a passare dal portone della Chiesa di  San Giovanni. Si dovette smontare la Croce illuminata e rimontarla sul sagrato.
La “Naca” viene portata a spalla con un incedere leggermente “annacante” (dondolante), dai rappresentati delle corporazioni dei mestieri: Per molto tempo, infatti, ebbero questo privilegio i calzolai, (che per l’occasione realizzavano per sé un paio di scarpe lucide con la cucitura in spago giallo), i contadini e gli artigiani. Negli ultimi anni viene portata dai Vigili del Fuoco.
La processione viene organizzata dalle Confraternite e dalle cappelle delle arti e dei mestieri. Un ruolo importante è assegnato ai membri delle Confraternite che ad anni alterni organizzano la processione.



L’attuale  processione  affonda le sue  radici  nel  periodo della dominazione spagnola ed è radicata nella consuetudine  dei catanzaresi  di essere, in qualche misura, “congregati”, ossia  di appartenere ad una confraternita cittadina, il che comportava  la partecipazione  in prima persona alle rievocazioni dei periodici riti e creava uno spirito di emulazione tra le congreghe cittadi­ne che, quasi sempre, sfociava in aperta rivalità.


A Catanzaro nel 1600 esistevano sei congreghe divenute poi, nei secoli successivi quindici, e tutte avevano il diritto a partecipare alla processione del Venerdì Santo
Prima del 1637 le Confraternite non avevano ancora ottenuto il riconoscimento ufficiale; i documenti accennano soltanto a “confraternite di laici che compiono non pochi uffici di pietà e di carità verso i poveri”. Nel 1675 (visita ad limina del Vescovo Carlo Sgombrini) si fa riferimento alle confraternite che “aiutano e intervengono nella processione”. Dopo il 1776 soltanto le due confraternite del Rosario e dell’Immacolata procedevano alla “processione di penitenza” con i simulacri della Passione di Gesù Cristo.



I catanzaresi più anziani ricordano che prima del 1937 avevano luogo diverse processioni della “Naca”. Il Giovedì Santo usciva dalla Chiesa dell’Immacolata la “Naca” per “un’affacciata” fino all’attuale Piazza Grimaldi da un lato e fino all'Istituto Galluppi dall’altro. Questo era il segnale, che permetteva alle altre “nache” di uscire in processione. Nel pomeriggio dello stesso giorno usciva la “Naca” della Congrega del Rosario. Il Venerdì Santo le processioni della “Naca” erano tre: dalla Chiesa del Carmine di primo mattino, da San Giovanni intorno a mezzogiorno e la sera dall’Immacolata.


Dopo il 1937, per disposizione di Mons. Giovanni Fiorentini, fu stabilito che: “In luogo delle quattro processioni solite a farsi dalle Arciconfraternite nei giorni della Passione, se ne compirà una sola il Venerdì sera, dopo l’Ufficio così detto delle Tenebre e a questa potranno prendere parte tutte e quattro le Arciconfraternite. La processione si farà per turno da ciascuna, secondo il loro ordine di precedenza. Qualora questa processione sia decorosamente preparata, come si spera, prenderò parte io stesso col Rev.mo Capitolo, Parroci, in sacri indumenti di circostanza, Ordini religiosi e Seminario”.
Da quell’anno la processione è stata unica, prendendo il via da una sola delle quattro chiese sedi di Confraternite, a turno annuale, nel seguente ordine: Immacolata, Carmine,  San Giovanni, Rosario.

- Testo a cura del dott. Francesco Stanzione, sulla base di informazioni tratte dal web.
- Foto tratte dal web.



La "Naca" raccontata da Enzo Rotella e Don Francesco Brancaccio

VENERDI' SANTO - Processione della "Naca" (Quartiere Gagliano)

Parallelamente a quella più famosa che viene portata in processione nel Centro Storico cittadino, Catanzaro può vantare, nel suo antico Quartiere di Gagliano, da più secoli, un’altra manifestazione sacra, che iniziando il Giovedì Santo, trova nella successiva giornata del Venerdì Santo, il suo culmine con la rievocazione della crocifissione di Gesù, in una rappresentazione sublime ed emozionante tra le vie caratteristiche del borgo, quasi a richiamare le stradine di Gerusalemme, con oltre un centinaio di figuranti in fedeli abiti storici ed il saggio utilizzo di scenari naturali, accostabili al Golgota ed all’Orto degli Ulivi.
Tutto inizia all’imbrunire con la cattura di Gesù, mentre al calare della sera si svolge, da circa trecento anni, la  processione della “Naca”, organizzata ad anni alterni dalla Reale Confraternita del SS. Rosario e dalla Pia Congregazione Maria SS. del Carmine.
Oltre un centinaio di figuranti danno vita ad una rappresentazione della passione, crocifissione e morte di Cristo in cui vengono riproposte le tappe della vita di Gesù.

Il corteo si snoda per le vie del quartiere con i soldati romani, le tre croci, le statue dell’Addolorata e S. Giovanni insieme al catafalco della “Naca” che dà il nome alla pia processione.
L’insegna della Fratellanza è seguita da tre gigantesche bandiere. Negli anni in cui a organizzare è il Carmine le bandiere sono dell’Addolorata, di San Giovanni e di Gesù; quando la processione è gestita dal Rosario le bandiere sono di San Giuseppe, del Cuore Gesù e della Vergine Maria.
In doppia fila i soldati romani precedono e accompagnano le croci e insieme a loro i musici (una tromba, un tamburo e una grancassa) segnano con ritmo greve l’incedere del corteo. Al centro della scena Cristo, coronato di spine e a piedi nudi, con lividi e piaghe sanguinanti, è soggiogato dalla pesante croce di legno, impregnata dalle iniquità umane, preceduto dai due ladroni, con altrettante croci. 
Negli anni in cui la Confraternita del Rosario organizza il rito, le croci sono di colore giallo, con la raffigurazione del bastone di S. Giuseppe sul transetto; rosso, con la rappresentazione di un calice coronato da un ostia su un lato e il Cuore Gesù sull’altro; nero, con l’immagine di tre colli coronati da tre rose, stemma della Confraternita.

Intanto seguono mestamente, raccolte in vesti orientali, Maria e le Pie donne che sostenendosi a vicenda appaiono afflitte dal dolore. Alle loro spalle, dietro il clero, un gran catafalco sorretto dagli omeri doloranti dei congreganti, in abiti fraternali; la statua dell’Addolorata; quella di San Giovanni e la folla di fedeli che chiude il corteo.
La processione procede lentamente e si arresta a ogni dolorosa caduta del Signore, fino a quando, quasi dal nulla, spunta la figura del Cireneo. È un momento atteso da tutti, specie dai bambini, che si domandano con insistenza in quale punto del percorso apparirà colui che allevierà le sofferenze di Cristo.
Data l’ora tarda e il buio delle strade, da ogni balcone e finestra spuntano lampade e lanterne che illuminano i passi del Cristo Redentore. Ognuno cerca di esporre quelle più luminose, nell’intento non già di rivaleggiare con il vicino, ma di rendere meno doloroso il travagliato percorso della Via Crucis. Assiepata su entrambi i lati della strada una folla traboccante giunta da ogni dove, avvinta dal sacrificio estremo, si genuflette battendosi il petto al passaggio del Nazareno.
Terminato il percorso si rappresenta la scena madre della Crocifissione, insieme all’impiccagione di Giuda, la deposizione del Cristo dalla croce e l’affidamento nelle braccia della Madre con la scena della Pietà. Il tutto si conclude con il rientro in chiesa del corteo religioso.

- Testo a cura del dott. Francesco Stanzione, sulla base di informazioni tratte dal gruppo facebook "Parrocchia Maria SS. Assunta" di Gagliano - Catanzaro.
- Foto tratte dal gruppo facebook "Parrocchia Maria SS. Assunta" di Gagliano - Catanzaro.



LE "CROCI PENITENZIALI"

Alla processione della "Naca" prendono parte le "Croci Penitenziali" delle varie Confraternite, alcune tuttora esistenti, altre scomparse.
Di queste sono rimaste:

- della Reale Arciconfraternita dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista la Rossa del SS. Sacramento e la Nera dell'Addolorata;

- della Reale Arciconfraternita di Maria SS. del Rosario la Nera e la Bianca del Preziosissimo Sangue della Confraternita omonima che, sorta dapprima nella Cattedrale ad opera dei Setaioli, confluì poi in quella del Rosario;

- della Arciconfraternita di Maria SS. Immacolata la Gialla di S. Giuseppe che un tempo era ad appannaggio degli ebanisti, la Viola dell'Addolorata e la Celeste dell'Immacolata. Ve ne era una quarta di colore rosso dell'Arciconfraternita del SS. Sacramento poi disciolta;

- della Confraternita di Santa Maria del Carmine la Nera dell'Addolorata, la Rossa del Sacro Cuore di Gesù e la Bianca della Madonna del Carmine.

Oggi, ai Confratelli che prima portavano la Croce, a turno si sono sostituiti altri uomini che hanno da sciogliere un voto, che portano in processione sette lance a ricordare le sette spade che trafissero il cuore di Maria; tutti portano in testa una corona intrecciata di rami di asparago selvatico



- Testo a cura del dott. Francesco Stanzione, sulla base di informazioni tratte dal web.
- Foto tratte dal web.

DOMENICA DI PASQUA - "A Cunfrunta" (Quartiere Gagliano)

La Domenica di Pasqua a Catanzaro, nel quartiere Gagliano ("Gagghianu" in dialetto catanzarese), nella parte nord della città, si svolge un rito che suggella la fine della Settimana Santa.
Alle tre del pomeriggio, sulla piazza principale, al suono della banda si svolge infatti "A Cunfrunta".
Escono dalla chiesa, portate a spalla, la statua della Madonna coperta da un mantello nero e la statua di San Giovanni, mentre in precedenza quella di Gesù Risorto, all’insaputa di tutti, è stata nascosta in un vicoletto.
In piazza la statua di San Giovanni si inchina alla Madonna e corre a cercare Gesù; la scena si ripete per tre volte, aumentando l'andatura. 
Per tre volte San Giovanni rivolgendosi alla Madonna fa cenno, piegandosi all’indietro, di non aver trovato Gesù, finché torna dalla Madonna e, inchinatosi, si pone in disparte lasciando la scena all'"Affruntata".
La statua della Madonna, con fare esitante, avanza e indietreggia finché, caduto il mantello nero, tra applausi e mortaretti, in tutto il suo splendore trionfa la figura di Cristo Risorto.


- Testo a cura del dott. Francesco Stanzione, sulla base di informazioni tratte dal gruppo facebook "Parrocchia Maria SS. Assunta" di Gagliano - Catanzaro.
- Foto tratte dal gruppo facebook "Parrocchia Maria SS. Assunta" di Gagliano - Catanzaro.

REALE ARCICONFRATERNITA DEI SS. GIOVANNI BATTISTA ED EVANGELISTA DEI CAVALIERI DI MALTA AD HONOREM

La storia della Reale Arciconfraternita dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista dei Cavalieri di Malta ad Honorem di Catanzaro si impone per essere distinta da un manto di straordinarietà ed eccezionalità non solo giuridica ma anche ecclesiale. La sua filiazione diretta alla Cattedra Lateranense, ossia alla Chiesa madre di Roma “Omnium Urbis et Orbis Ecclesiarum Mater et Caput” è sicuramente il suo vanto maggiore.
La Cattedra ed il Tempio sorsero su un suolo facente parte del
“Patrimonium Brutium” della Santa Sede, costituendo di fatto la succursale in Calabria e godendo sin dal nascere perfino del diritto di extraterritorialità.
Nell’anno 1457, essendo Pontefice Nicolò V e Vescovo di Catanzaro Palamede, si diede inizio alla fabbrica del tempio, utilizzando i materiali tratti dalle rovine del distrutto castello del Conte Centelles.
Terminata la costruzione, era già operante una confratria composta da cittadini di nobile casato e di costumi irreprensibili, governata da un Priore. Tanta considerazione ebbe il Priore nella città che solo chi aveva occupato tale carica veniva scelto come primo cittadino .
Le indulgenze, i privilegi, gli onori concessi dai Sommi Pontefici sono stati molteplici nel corso dei secoli, a testimonianza della singolarità e della vitalità che resero potente ed importante questo glorioso sodalizio.


Tra i principalie non ultimo, quello di Papa Alessandro VI (Rodrigo de Borja)  che con la Bolla del 28 aprile del 1502 ampliò e concesse un ulteriore segno visibile dell’appartenenza diretta, concedendole di potersi fregiare dell’emblema araldico del Triregno e delle Sacre Chiavi: emblema stesso dei Romani Pontefici Vicari di Cristo. Questo è visibile durante le processioni e a Roma nel giorno del Corpus Domini precede il baldacchino del Papa con il Santissimo Sacramento fin verso la Basilica di Santa Maria Maggiore.
Numerosi Papi diedero e riconfermarono l’autonomia della Chiesa e della Confraternita dall’Autorità Diocesana e lo stesso Pontefice Paolo V (Camillo Borghese) con la Bolla n. 69 , si proclamava sinanche “Padre Spirituale ad Honorem” del Sodalizio.
Altro “favor” attestante la diretta filiazione al Vescovo di Roma è il tradizionale e secolare obbligo di corrispondere  una “libbra di cera lavorata ed una canna di damasco cremisi” da parte del Priore dell’Arciconfraternita. Questo fu voluto il 14 maggio del 1688 dal grande Pontefice
Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi) come segno tangibile di sudditanza. Il  Priore attuale ha ripristinato questo onore-onere il giorno della Dedicazione dell’Arcibasilica Lateranense  consegnando nelle  dirette mani del Vescovo ausiliare di Roma il simbolo di questa secolare offerta e privilegio.
 

Altro aspetto che evidenzia l’unicità del Sodalizio è da ravvisare nell’attribuzione da parte del Re Carlo III di Spagna nel 1735, trovandosi a Catanzaro ospite del Marchese De Riso, Priore della Confraternita, del titolo di Cavalieri di Malta ad Honorem.
Questo riconoscimento fu dato per l’elevato valore spirituale che contraddistingueva i componenti della Confraternita e per le importanti opere caritatevoli che svolgevano  a vantaggio dei malati (ricordiamo il primo ospedale cittadino fondato e retto da sodalizio) , a favore dei poveri e dei bisognosi della città.
Tale elargizione costituisce un unicum negli ordinamenti operando così una trasformazione relativamente alla natura giuridica dell’Arciconfraternita e divenendo così una istituzione religioso-cavalleresca-nobiliare. Questo privilegio, con la facoltà di portare la croce bianca gerosolimitana, fu riconfermato dal Reale Decreto del 21 marzo 1777 da S.M.
Re Ferdinando IV delle Due Sicilie e l’8 dicembre del 1974 da S.M. Carlo X di Borbone.
Si vogliono ancora ricordare due momenti sul piano giuridico e religioso: il primo con la lettera del
“Praefectus Ecclesiarum Unitarum” Can. Mons de Toth del 3 novembre del 1986 in cui riafferma il diritto di proprietà del monastero catanzarese  al Capitolo Lateranense e quindi della dipendenza della Reale Arciconfraternita; il secondo è quanto affermato dal Sommo Pontefice Papa Innocenzo nel 1612 e riconfermato da numerosi successori , non ultimo papa Pio XII con la lettera apostolica del 1939 “Jam recolendae memoriae”, e riguarda le indulgenze che si ottengono entrando nel Sacro Tempio di Catanzaro, infatti così scriveva: “ … Ut numerari non possint ... nisi solo Deo, quasomnesconfirmo, et etiam dixit Papa Bonifacius: Si homines scirent quot sunt indulgentiae in Ecclesia S. Joannis Lateranem et suismembris, a summis Romanis Pontificibus concessae, nequaquam opere pretium est proficisci ad Sepulchrum Hyerosolimitanum …”.


- Testo e foto tratti dal sito "www.cavalieridimaltaadhonorem.org".

REALE ARCICONFRATERNITA DI MARIA SS. DEL ROSARIO

La Reale Arciconfraternita di Maria SS. del Rosario fu istituita da frà Paolo di Mileto nel dicembre del 1401.
Il seicentesco edificio del nobile sodalizio catanzarese è ubicato all’angolo dell’odierna piazza del SS. Rosario, già largo Tribunali, e la discesa Mottola D’Amato di fronte il palazzo che era di Girolamo De Riso e attiguo al palazzo Veraldi.
L’esterno, se non nella sobria decorazione delle cornici delle finestre e in ciò che resta dell’affresco posto sul prospetto che guarda la chiesa del Rosario, risulta al quanto anonimo e spoglio di ogni ricercatezza barocca.
L’interno al contrario, celebra i fasti di questo storico e importante sodalizio e così è descritto nel 1886 da Giacomo Frangipane nella sua opera “Notizie storiche intorno alla Nobile Arciconfraternita del SS. Rosario in Catanzaro”: «Questo nuovo e bello locale, della lunghezza di metri 23 e della larghezza di metri 10, fu riccamente decorato di dorature ad oro zecchino. In fondo della cappella fu eretto lo altare della Vergine SS., e attorno le pareti furono dipinti in appositi quadri i quindici misteri del SS. Rosario. Intorno eleganti sedili di legno noce intarsiati a disegno pei fratelli, in tre ordini, ciascuno dei quali di 48 posti, e l’ultimo di essi, cioè quello a piano terreno, pei novizi».
L’edificio dell’oratorio nacque dalla donazione di alcune case appartenenti all’Ordine dei PP. Domenicani e da altre di proprietà dei signori Leone che, sulla fine del XVI secolo, ben volentieri le cedettero ai confrati del nobile sodalizio. Tale donazione nacque dalla concreta necessità, visto l’elevato numero dei congregati, di costruire una nuova aula per le riunioni  più ampia e comoda rispetto a quella adattata ed in uso all’interno del chiostro del convento dei PP. Predicatori.
Nella confraternita del SS. Rosario, infatti, andò a confluire anche la Corporazione del Sangue di Cristo, eretta canonicamente nella Cattedrale l’8 maggio 1569, con una propria cappella a destra dell’altare maggiore. I componenti della Corporazione, essendo fratelli di diritto della predetta arciconfraternita, godevano di tutti i privilegi e benefici spirituali e temporali della stessa, prodigandosi, non solo di intervenire alle processioni dei “rosarianti” con il proprio gonfalone e con mozzetta  di raso cremisi, ma anche alla cura continua e diretta dell’altare dedicato alla Vergine SS. del Rosario, realizzando arredi e quanto occorreva alla decenza del medesimo.
Fu così, che sull’ampio suolo, una volta abbattute le case, si diede inizio alla costruzione del nuovo oratorio, il quale fu progettato con «l’ingresso dalla parte dell’orto del convento e dal quale esclusivamente ad esso si accedeva».
L’11 Maggio 1621, primo lunedì dopo la festa della Pentecoste, rappresenta una data molto importante per la congrega del Rosario in quanto, alla presenza del P. Spirituale del nobile sodalizio Fr. Giacomo di Altomonte, Provinciale dei PP. Domenicani, fu aperto e consacrato, “con gran pompa”, il nuovo e ampio oratorio. Tale data era, ogni anno, commemorata con una cerimonia che, come riferisce sempre il Frangipane, «gli antichi chiamavano, la Festa dei fiori; imperocché il locale della Congrega veniva tutto adorno a festoni di rose e fiori naturali, e durante il canto del Te Deum alcuni fratelli in abito spargevano fiori girando per la Congrega, e presentavano al Priore un mazzo di rose. Ora la Congrega si para a damaschi, si espone la Santa Immagine di Maria Santissima; si celebra la messa solenne col Santissimo esposto; si recita il sermone analogo la sera; si canta il vespro e si fa il gitto dei fiori durante il Te Deum».

Come si evince dalla data posta al centro del cartiglio sopra la Cattedra l’oratorio fu arricchito di stucchi nel 1683, rimaneggiati successivamente al sec. XVIII e in parte rifatti dopo il secondo conflitto mondiale. Dopo pochi anni dalla costruzione, accanto a questa importante struttura, si rese necessaria dal lato destro dell’altare, cioè dal “cornu epistolae”, la costruzione di un nuova sagrestia e per tale motivo, ancora una volta, i PP. Domenicani andarono incontro ai confrati e con atto del notaio G. Battista Granato, vendettero, nel 1654, al nobile sodalizio, una casetta attigua alla congrega che immediatamente venne riadatta e trasformata allo scopo. Tale costruzione servì nel piano seminterrato come sagrestia e, al primo piano, come vano di accesso ai due coretti sporgenti nell’aula affianco dell’altare, nei quali in origine trovavano posto, da un lato un piccolo organo e dall’altro il cantore.
Nel 1806 con l’arrivo dei francesi, una parte del convento dei PP. Domenicani fu adibita ad ospedale. In tal modo i confrati della Reale Arciconfraternita, non potendo più accedere alla congrega dalla parte del chiostro, di notte chiusero l’unica porta d’accesso e ne aprirono una nuova sulla via pubblica; questa, attualmente esistente, è sormontata da un piccolo ovale al centro del quale vi è dipinto lo stemma del nobile sodalizio.
L’interno è caratterizzato dagli stalli lignei dei confrati di gusto tardo – manieristico, scanditi da paraste che racchiudono specchiature classicheggianti, su cui si imposta un ricco fregio e una cimasa continua a motivi fitomorfi e che trova il suo fulcro al centro nella grande Cattedra decorata da vasi biansatie da elementi fitomorfi e antropomorfi; di questi si conservano due profili di “mori” posti ai lati della balaustrata priorale in memoria della vittoria della battaglia di Lepanto sugli arabi.
Negli anni, in modo particolare dopo la seconda guerra mondiale, il locale della congrega perse molte delle sue peculiarità, tra le quali vanno menzionate: il soffitto in legno, i quadri con i misteri del SS. Rosario e l’artistico altare ligneo, che con molta probabilità doveva essere simile nella fattura a quello dell’oratorio dell’Arciconfraternita di S. Maria del Carmine, di cui si conserva soltanto la nicchia centrale decorata nella piccola calotta da una grande conchiglia lignea dorata a mecca e dove un tempo era allocata la settecentesca statua della Madonna del Rosario(oggi custodita all’interno della sacrestia).
Le pareti ed il soffitto, andate perse le tele originali, sono state decorate, presumibilmente intorno agli anni ‘30 del ‘900, da affreschi realizzati dal pittore Antonio Grillo di Pizzo Calabro, nipote del più conosciuto Carmelo Zimatore (1859 - 1933), che realizzò nei riquadri di sinistra i misteri gaudiosi, a destra i misteri dolorosi e sul soffitto quelli gloriosi; ai lati del grande stemma secentesco, posto sopra la cattedra priorale, gli furono commissionati, invece, il ritratto di Pio V e la Madonna del Rosario con S. Domenico.
Il grande stemma della Confraternita, che campeggia al centro di tutta la parete all’interno del complesso  ed elaborato schema decorativo, è ancora sovrastato da una semplice corona che il sodalizio mutò in “reale” allorquando con Sovrano Rescritto del 9 Novembre 1852, il Re oltre a dichiararsi  Priore Perpetuo  del nobile sodalizio, aggiunse al titolo di Arciconfraternita quello di Reale;  al centro dello scudo spiccano i simboli dello stemma che è così costituito: d’azzurro al monte di tre cime di verde movente dalla punta e sostenente sulla cima centrale tre rose una bianca, una rossa, una rosa. Le tre rose così rappresentate potrebbero essere rapportate alla tradizione secondo la quale ad ogni colore corrisponde un simbolo diverso: la bianca, è simbolo della Santissima Vergine “Virgo Purissima”, la rosa, quella di Gesù Bambino, e la rossa, quella che per eccellenza evocava il sangue colato dalle piaghe del Cristo ed erano dette rose della Passione.
Attualmente l’interno attende un intervento conservativo e di restauro soprattutto per ciò che concerne le strutture lignee seicentesche e lo splendido pavimento marmoreo costituito da riquadri in marmo bianco, rosa di Tiriolo e verde di Gimigliano. 

- Testo a cura dell'arch. Oreste Sergi, tratto dal sito "Visit Catanzaro".
- Foto tratte dal sito "Visit Catanzaro".

ARCICONFRATERNITA DI MARIA SS. IMMACOLATA

L'Arciconfraternita di Maria SS. Immacolata fu riconosciuta nel 1685 ma è sicuramente più antica.
Ha sede presso la Basilica Minore di Maria SS. Immacolata, già della SS. Trinità o di S. Francesco d’Assisi dell’Ordine dei Francescani Minori Conventuali e aggregata alla Basilica Patriarcale di S. Maria Maggiore in Roma
La Basilica dell’Immacolata rappresenta per i catanzaresi l’edificio più caro alla memoria in quanto si lega indissolubilmente con il culto alla SS. Vergine Immacolata patrona della città.
In origine la Madonna era particolarmente venerata dai catanzaresi, sotto il titolo del SS. Rosario, all’interno della omonima chiesa dei PP. Predicatori e dei confrati appartenenti alla quattrocentesca arciconfraternita del SS. Rosario e del SS. Nome di Gesù. Ciò fece sì che la Madonna del Rosario fosse stata eletta, come si desume da molte fonti storiche nonché da quadri ed altre opere d’arte, quale patrona della città.
La devozione all’Immacolata si
intensifica all’indomani del 1641 quando la città, scampata miracolosamente dalla peste per intercessione della Vergine, emette, nel 1660 con solenne atto pubblico, il voto di difendere a costo del sangue la verità del concepimento Immacolato di Maria, precedendo di due secoli la proclamazione dello stesso dogma. Da allora l’Immacolata, proclamata principale patrona della città, è solennemente festeggiata ogni anno, l’otto dicembre, ed in tale occasione, il sindaco della città accompagnato dalla giunta comunale, secondo una tradizione secolare, rinnovano “in perpetuum” in nome della città tutta, il voto di ringraziamento a Maria SS. e offrendo un cero, giurano, alla presenza di un notaio “di riconoscere la Vergine Immacolata come Prima Patrona e principale protettrice della città e difendere il privilegio dell’Immacolato concepimento fino allo spargimento di sangue”.
Fino a non molti anni fa la statua dell’Immacolata, pregiata opera lignea, vestita con preziosi abiti serici del ‘600 e del ‘700, percorreva le strade principali della città; memorabile la processione trionfale del 1954, anno mariano durante il quale il tempio dell’Immacolata fu elevato alla dignità di Basilica e il Capitolo Vaticano insignì il simulacro veneratissimo della Madonna di corona d’oro, che benedetta dal papa Pio XII, fu posta solennemente sulla sacra effigie dall’eminentissimo cardinale Gaetano Cicognani, prefetto della sacra Congregazione dei Riti.
Gli storici sono concordi nell’affermare che il tempio, dapprima dedicato alla SS. Trinità, fu costruito nel 1254 – come evidenziano alcune monofore della navata centrale ma visibili soltanto dal sottotetto delle navate minori - e che i religiosi francescani furono i primi ad arrivare in città stanziandosi fuori le mura lì dove i cappuccini nel 1534 eressero il loro convento con la chiesa di S. Maria degli Angeli.
Fu il vescovo dello stesso ordine mendicante, Fortunato, che volle i suoi confratelli all’interno delle mura concedendo loro la chiesa della SS. Trinità annessa al convento, donazione confermata dal successore Giacomo e da Alessandro VI con Bolla del 1261.
Il D’Amato (1670) scrive che all’interno della chiesa, detta anche di S. Francesco di Assisi, fu eretta una cappella alla Vergine Immacolata la quale era officiata e sede di riunione dell’antica Confraternita omonima, tutt’oggi esistente. La chiesa sorse, quindi, nel “cuore” civile, politico e commerciale della città, nella cosiddetta “Piazza” che il Gariano descrive come la «più pratticata dinnanzi San Francesco d’Assisi, che si stende sino al vescovato, dove stanno tutti i mercanti e lo spaccio di cose commestibili», ma anche il D’amato la ricorda posta su «l’ultimo confine della Piazza Maestra, con due Porte nel frontespizio, alle quali per più gradi s’ascende, con uno spazioso Teatro avanti, circondato all’intorno di sontuosi palagi».
Nel 1750 l’edificio, dapprima ad unica navata, venne ristrutturato a cura di un certo frate francescano che le cronache riportano quale A. Matalona, e  dopo diversi lavori di restauro e ampliamenti durati per tutto l’800 e il ‘900, fu ingrandito con l’aggiunta delle due navate minori, la cupola e, quindi, definitivamente portato alle attuali forme e dimensioni. Il 6 dicembre del 1763, la nuova chiesa venne solennemente riaperta al culto e consacrata dall’allora vescovo della città Mons. Antonio De Cumis che nel 1775 donò e consacrò l’altare maggiore in marmi policromi ai lati del quale fece apporre il suo stemma. Nello stesso anno viene realizzato l’altare della cappella dell’Immacolata commissionato a Silvestro Troccoli, su disegno di Tommaso Mancini architetto e scultore napoletano, che andò a completare il fastigio realizzato in muratura e stucco al centro della quale è tutt’oggi posta la statua processionale della Vergine databile tra la fine ‘500 e gli inizi del ‘600.
Nel 1783 a causa del violento sisma e fino al 1833, per i danni riportati  dal Duomo, la chiesa funzionò da Cattedrale interinale. In questo periodo l’antica cappella di S. Giuseppe, posta nel transetto di fronte la cappella dell’Immacolata, fu dedicata al S. Patrono vescovo Vitaliano e nel 1857 il nobile Antonio Arceri fece realizzare dallo scultore serrese Michele Amato, come voto al santo per aver preservato la città dal colera, un busto ligneo che fu posto al centro del fastigio.
Quest’ultimo reca al centro della cimasa un piccolo dipinto di S. Nicola vescovo e ai lati, all’interno di cornici quadrilobate in stucco, due dipinti raffiguranti il martirio di S. Ireneo, probabilmente provenienti dalla vecchia Cattedrale. Anche la cappella di S. Antonio da Padova  presenta un altare napoletano con fastigio marmoreo eretto nel 1766 su commissione di Andrea Pisanello che con testamento del 26 novembre 1763 lasciò un legato ai PP. Conventuali per essere seppellito ai piedi del suddetto altare.
Nel 1809 i frati Minori conventuali furono espulsi dalla chiesa e dal convento, che fu soppresso, mentre, la cura dell’antico edificio sacro, passò alla confraternita la quale con zelo portò avanti numerosi lavori di restauro, protrattisi sino agli inizi del ‘900; la facciata, infatti, venne rimaneggiata alla fine del secolo XIX, su progetto dell’Ing. Giuseppe Parisi e realizzata dal noto ed esperto imprenditore di opere edili pubbliche di allora Cav. Davide Rossi.
Venne inaugurata nel 1913 ed è caratterizzata da uno stile tardo barocco con portale chiuso da un ottocentesco portone in legno di noce intagliato a due ante con sei specchiature, preceduto da una breve gradinata in granito di Stalettì, e affiancato da sei colonne , tre per lato, con capitelli sui quali si imposta la ricca trabeazione con timpano spezzato al centro del quale spicca lo stemma della Reale Arciconfraternita di Maria SS. Immacolata.
Al di sopra del portale, in posizione centrale, si apre il finestrone polilobato, anch’esso fiancheggiato da sei colonne di dimensione più piccole e di ordine ionico, sulla cui trabeazione si imposta l’aggettante e ricco timpano, al centro del quale, opera dello scultore catanzarese Ottavio Colosimo, è stato realizzato un bassorilievo in stucco raffigurante la Vergine Immacolata. Completa l’architettura del frontespizio, la torre campanaria rimaneggiata nel XX secolo, mentre sovrasta l’intera architettura della chiesa la svettante cupola completata e inaugurata nel dicembre del 1904 in occasione del cinquantesimo anniversario della proclamazione del dogma.
La cupola consta di un tamburo in muratura, caratterizzato all’esterno da una forma ottagonale, ed all’interno da una forma cilindrica con otto finestroni intervallati da paraste di ordine corinzio e otto affreschi, opera del pittore catanzarese Guido Parentela, rappresentanti le virtù teologali, le virtù cardinali ed il primo dei sette doni dello Spirito Santo: la Sapienza. La calotta della cupola, oggi rivestita in lastre di rame, è costituita da otto costoloni  ed altrettante vele in origine coperte da elementi in maiolica colorata gialla e blu, prodotte dalla fabbrica napoletana Daniele Veidlich. Le pitture interne furono realizzate dal pittore cortalese Andrea Cefaly il vecchio, dagli artisti Antonio e Felice  Fiore Serra da Sambiase e dal pittore catanzarese, allievo di Garibaldi Gariani, Guido Parentela.
L’ampio interno della Basilica è  a pianta a croce latina a tre navate, caratterizzate, quelle laterali, da un sistema voltato a vela  realizzato a figulini (elementi in terracotta), quella centrale e dell’area presbiterale, da un sistema voltato a botte realizzato alla “reale”. Le cappelle ognuna delle quali godeva in passato di jus patronato appartenente a nobili famiglie cittadine, conservano altari ottocenteschi in marmi policromi e fastigi coevi in muratura e stucco, nonché notevoli opere d’arte tra le quali si ricordano: la statua lignea di S. Rocco di manifattura napoletana del sec. XVIII; le statue lignee settecentesche di S. Giuseppe, dell’Addolorata, di S. Michele, di S. Alfonso che provengono dalla soppressa chiesa di S. Caterina V. e M dei Teatini (oggi sede della Questura); i dipinti di S. Domenico e di S. Bruno del pittore crotonese Sesto Bruno, i quattro scarabattoli con figurine in cera, opere settecentesche di Caterina de Jiulianis, raffiguranti “La Natività”, “L’Adorazione dei Magi”, “Il Tempo” e “La Morte”; il cinquecentesco Crocifisso ligneo e la grande tela seicentesca dell’Immacolata con la SS. Trinità opera del pittore Giuseppe Perri.

- Testo a cura dell'arch. Oreste Sergi, tratto dal sito "Visit Catanzaro".
- Foto tratta dal web.